carne e sangue · scribendo

Il mio capo inanellato di metalli risuona nella cave iliache, scintillanti di muschi monocellulari che gettano ombre fluorescenti sulle pareti.

Inganno il tempo eterno dipingendo a vaste campiture volti inumani, viaggiatori della Via Lattea, che trattengono negli occhi orrori siderali, enigmi alieni incompresi.
Una visione diafana, un’eco troppo nota…

Ancora tu, traditore Orfeo, a tormentare la mia anima fin nelle remote cattività di questo non luogo, a infestare i miei sogni ardenti − io, Euridice dei miei stessi inferi!

new dada delirium · scribendo

Lacrime di cobalto irretivano gli sguardi dei passanti e il clamore del processo si univa all’avanzare crocidante della bara trainata da quattro impavidi conigli bianchi.

Il viale alberato s’allinea come un plotone di esecuzione sotto la canicola abbacinante, nugoli di cicale isteriche innalzano grida folli al sole della morte.

E la sentenza mi macella come una ghigliottina.

new dada delirium · scribendo · spleen et idéal

Nella claustrofobia bianca
ciechi
si vaga, vaghi,
auscultando voci dall’alto.
Enigmi,
idiomi ignoti,
fin quando il piccolo aedo del mattino
non si posa di nuovo sull’olmo
a gorgheggiare.
E il risveglio,
consueto,
inquieto,
e l’occhio robotico del passero
che mai prima d’ora avevi scorto.
Il cinguettio diviene un grido d’allarme
e di nuovo prigioniero nel forte
arranchi.
Cecità, cecità…
È l’abbacinamento
di un dolore troppo acuto,
od oscuramento
a difesa dell’altro?
Ampie circonvoluzioni di braccia
a cercare pareti,
scivoli
sul terreno incolto che la fanghiglia
rende instabile.
Grido, canto, voce,
umano, meccanico…
Ormai tutto è solo silenzio stridente:
l’assordante verità
di vedersi dentro
impera ieratica
nello specchio in fondo alla sala.

new dada delirium · scribendo · Senza categoria

Cerco una parola sufficientemente composita da taggarmi l’anima.

Me la voglio spillare qui sul petto, bene in vista, con la sparachiodi automatica; poi accodarmi diligente sul nastro trasportatore, debitamente etichettata, pronta a prender posto sul consono scaffale.

Dietro il vetro lustro, avrei fatto “ciao” con la mano, un sorriso patinato a mimare la smorfia perfetta.

Il Mastro sbuffa alla mia impazienza e mi indica una porta: ora scorgo laggiù rigorosamente in fila le bamboline artefatte, ciascuna con il suo scintillante cartellino, che scivolano verso il mondo, dopo aver lasciato cadere l’anima nell’inceneritore.

carne e sangue · scribendo

Cantai gli empirei post nucleari, china sulle tombe dei Padri, sciolti i capelli a lavare le corrose croci spezzate.

Scalza, tra rovi aridi di polvere nera, avanzai fino all’altare dissacrato dell’Ultimo Uomo.

E remota nella desolazione del nulla apocalittico, tra l’afrore di cancrena, gomma bruciata e gelsomini in fiore, mi accoccolai sulla fredda pietra smerigliata per ricordare il calore di una testa posata sulla spalla.